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IV DOMENICA DI QUARESIMA

Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 15, 1-3. 11-3)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

OMELIA DI DON CARLO MOLARI

Dovremmo riuscire oggi, nella preghiera, a penetrare nell’esperienza di Gesù, in quell’esperienza che ha tradotto in questa parabola splendida, anche dal punto di vista letterario. Sappiamo infatti che quello che Gesù raccontava era quello che viveva: in questo caso la gioia dell’incontro coi peccatori, coi pubblicani, con le prostitute e il perdono che offriva, la vita nuova che con loro celebrava. E’ questa l’esperienza che viene qui tradotta, per stimolare anche noi a scoprire questa gioia dell’offerta della misericordia.Il messaggio fondamentale di questa parabola è riassunto in quella espressione di Paolo che abbiamo sentito nella seconda lettura, tratta dalla II lettera ai Corinti (5,17-21): “lasciatevi riconciliare con Dio”. E’ il messaggio che ogni comunità cristiana dovrebbe continuamente ripetere nella sua vita, non a parole, ma offrendo quella misericordia che riconcilia; perché la misericordia di Dio non può essere espressa sulla terra se non ci sono gesti di uomini e di donne misericordiosi. E’ questo che fa scoprire e introduce la possibilità di una vita nuova. L’efficacia della testimonianza della misericordia.Io credo che il primo punto su cui dobbiamo riflettere è proprio l’efficacia di questa testimonianza che Gesù ha dato e che è alla radice di tante altre testimonianze che nella storia sono state date da persone che credevano in Lui. Ricordiamone due.

Dopo l’uccisione di Vittorio Bachelet, venticinque terroristi rossi che erano in prigione (che non erano però tra i colpevoli di quel delitto, ne avevano commessi altri) scrissero una lettera ad Adolfo Bachelet, fratello del professore ucciso, gesuita. Scrissero richiamandosi a ciò che avevano udito e visto alla televisione durante il funerale di Vittorio Bachelet, quando Giovanni, il figlio dell’ucciso, a nome della famiglia aveva offerto il perdono a quelli che avevano ucciso il padre. Scrissero: “Quel gesto è stata la nostra sconfitta. Abbiamo capito che l’ideale che perseguivamo era giusto, ma la strada che avevamo intrapreso era completamente sbagliata. Quel giovane ha mostrato l’errore che avevamo compiuto”. Nella lettera i terroristi invitavano anche padre Adolfo ad andare a trovarli in prigione. E padre Adolfo andò poi in prigione, continuò tra quei terroristi la sua attività e molti si convertirono. Anche una persona che spesso viene qui alla Messa, che era di Prima Linea, incontrò la fede quand’era in prigione parlando appunto con Padre Adolfo.Un’altra testimonianza: Christian, il priore dei trappisti ucciso in Algeria alcuni anni fa, un anno prima di essere ucciso, prevedendo che questo sarebbe accaduto, aveva scritto un testamento in cui offriva perdono al suo uccisore. Dopo la sua morte quel testamento fu pubblicato nel giornale della diocesi. Una madre mussulmana raccolse i suoi due figli in casa, lesse loro quel testamento e poi disse: “Vedete a quale grado di umanità può condurre la fede in Dio e la preghiera”. E poi lei stessa scrisse una lettera al vescovo perché la pubblicasse nel giornale, una lettera dove invitava i cristiani di Algeria a non fuggire, a restare in mezzo a loro perché, diceva, “abbiamo bisogno di queste testimonianze, per nutrire ancora speranza per il nostro futuro”.E’ questa forza che vince il male, perché è l’espressione dell’amore misericordioso, cioè della forza positiva di Dio. Noi la chiamiamo ‘amore misericordioso’ perché in noi è giunta ad esprimersi come amore, come misericordia, ma sappiamo che è molto di più, perché l’azione creatrice di Dio ha una potenza, una profondità, che è molto più ricca di quella che riesce ad esprimersi nella nostra piccola storia. E’ proprio abbandonandoci a questa forza di vita ed esprimendola che possiamo consentire il futuro cammino della storia umana. Il vero significato della misericordia.Misericordia non è passività, disinteresse, non ingerenza.

Spesso noi intendiamo la misericordia nel senso di

lasciar fare le cose, non intrometterci nella vita degli altri, essere rassegnati o passivi. No, l’amore non è passività, anzi, richiede il massimo di attività. La misericordia poi è l’amore più difficile, perché è l’amore per la miseria, l’amore per il vuoto, l’amore per il nulla. Rasenta la forza creatrice, perché occorre essere creatori per amare il nulla. Noi non ci troviamo mai di fronte al nulla radicale, come accade a Dio, noi ci troviamo sempre di fronte a creature, per cui abbiamo sempre un appiglio su cui esercitare il nostro debole amore; però rasenta la forza della creazione perché si rivolge verso il vuoto, il nulla, il male, la carenza, l’insufficienza. Quindi è un amore difficile, quello che Gesù esprime e che ci chiede di saper esercitare. E’ difficile essere misericordiosi. La misericordia è tutto l’opposto della passività, della non ingerenza, del non interessarsi del male del mondo.

Misericordia non è scusare o ricercare le cause del male.

A volte poi identifichiamo la misericordia con lo scusare le persone, col rintracciare le cause del male che compiono, per esempio i traumi subiti nell’infanzia e così via. Certamente rintracciare le cause è molto utile e importante, permette di procedere perché non si ripetano queste condizioni; ma la misericordia non è fondata sulla non imputabilità dell’atto compiuto dall’altro, sulla sua non responsabilità. La misericordia è l’offerta di vita positiva là dove c’è negatività e morte. Quindi ha una dinamica sua propria che è l’oblatività radicale. Rasenta, ripeto, proprio la forza creatrice, che si rivolge appunto al nulla, al vuoto.

Misericordia non è non indignarsi per il male.

A volte poi pensiamo che la misericordia sia non indignarsi per il male compiuto. No no, anzi, la forza positiva nasce proprio dall’indignazione per il male compiuto; solo che questa indignazione non si esprime con l’imitazione, cioè con la violenza, con l’aggressività, con la volontà di distruggere il male, per esempio istituendo la pena di morte o rendendo sempre più grave la punizione dei colpevoli. Tutte queste cose non producono nulla di bene, anzi, aumentano la violenza che circola nella società.

Il male non può essere distrutto, non si può togliere ciò che non c’è. Il male infatti è un bene deficiente, è il limite del bene: si distrugge il bene, se si distrugge il male. Occorre immettere positività, introdurre cose che non ci sono.

Misericordia non è dimenticare il male.

La misericordia non è neppure il dimenticare, il far finta che non sia successo nulla. Anzi, bisogna proprio fare memoria consapevolmente del male: gli anniversari che celebriamo dei disastri compiuti, dei martiri ecc. hanno una grande importanza. Ma la memoria deve essere positiva, cioè bisogna ricordare il male per esercitare misericordia, cioè per immettere forza positiva, opposta a quella del male che lì si è espresso.

Quindi è un amore difficile, l’amore misericordioso; per questo Gesù l’ha richiamato insistentemente, l’ha vissuto in modo straordinario, l’ha espresso in questa parabola splendida. Chissà come vibrava Gesù quando narrava queste cose, quando creava queste immagini che nascevano dalla sua esperienza profonda, dal suo rapporto con Dio.

Scoprire la gioia della misericordia accolta.

Ma com’è possibile questo tipo di amore misericordioso di fronte al male a noi che non riusciamo ad avere un amore puro neppure nei confronti dei fratelli, di quelli che ci stanno accanto? Ho detto prima che non è facile, ma direi anche che per noi è impossibile, se non impariamo la gioia della misericordia accolta. E qui allora viene l’altro aspetto dell’insegnamento della parabola, cioè quello di riconoscere il proprio peccato e porsi di fronte a Dio per accogliere la sua misericordia. Occorre quindi questo esercizio continuo del riconoscimento del male della nostra vita e dell’accoglienza dell’azione di Dio in noi. E’ una delle forme dell’abbandono fiducioso in cui appunto consiste la fede.

Perché questo avvenga però è necessario raggiungere una reale consapevolezza del nostro peccato, occorre che non siamo, come il figlio maggiore della parabola, sicuri della nostra perfezione, convinti della nostra giustizia. E’ necessario che, come il figliol prodigo, anche noi – quando abbiamo tradito, quando siamo lontani da Dio, quando ci occupiamo solo dei nostri interessi – sappiamo percepire la chiamata che continua ad inseguirci, quella chiamata che ci sollecita a raggiungere quella identità filiale che è la ragione della nostra esistenza. Quella chiamata che ci insegue in tutte le condizioni ad un certo momento diventa quel grido che Paolo ha espresso nel brano che abbiamo ascoltato: “Lasciatevi riconciliare con Dio”. Potremmo tradurre: “Lasciati riconciliare con Dio, torna alla sua casa, che è il luogo della tua crescita, della tua identità”.

Quando abbiamo scoperto personalmente la gioia di questo ritorno siamo in grado di diventare testimoni dell’amore misericordioso di Dio. Allora il male che incontriamo non suscita in noi la reazione di condanna, la volontà di morte, suscita l’offerta misericordiosa di vita. Allora davanti alla conversione dei peccatori siamo in grado di condividere la gioia per il loro ritorno.

Chiediamo allora al Signore oggi di vivere questa eucaristia entrando dentro alla spiritualità di Gesù, a quella esperienza gioiosa che egli compiva quando di fonte al male offriva perdono: “Va’ e non peccare più”. Come dire: “Ti sto accanto, cammino con te, puoi riprendere il tuo cammino nella novità di vita”.

Chiediamo di saper guardare i nostri fratelli con occhi diversi e di essere capaci, di fronte ad ogni male in cui ci imbattiamo, di immettere forza positiva, di accogliere ed esprimere energia nuova, quell’energia che conduce avanti il mondo, perché è la forza di Dio che chiama tutti gli uomini a diventare figli suoi.