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Attanasio, quattro anni dopo «c’è bisogno di verità»

Intervista a Salvatore Attanasio a cura di Marinella Correggia in “il manifesto” del 22 febbraio 2025

Nei pressi del parco del Virunga, noto a livello mondiale perché è la casa degli ultimi gorilla di
montagna, fra gruppi armati, traffici di minerali e bracconaggio, il 22 febbraio 2021 furono uccisi a
colpi di kalashnikov l’ambasciatore d’Italia a Kinshasa Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio
Iacovacci e un autista congolese, Mustapha Milambo. Il padre dell’ambasciatore, Salvatore,
continua a chiedere la verità.

Negli anni, alla memoria di Luca Attanasio sono stati dedicati ponti, vie, commemorazioni,
onorificenze. Ma dopo quattro anni, quelle morti rimangono avvolte nel mistero.

Sì. Quel giorno, l’ambasciatore e il carabiniere di scorta viaggiavano da Goma in direzione di
Rutshuru, per visitare progetti umanitari. Con loro nel convoglio del Programma alimentare
mondiale (Wfp), alcuni dipendenti dell’agenzia dell’Onu. All’altezza del villaggio di Kimumba,
nella zona detta Tre antenne, sei-sette uomini armati di kalashnikov assaltano i veicoli uccidendo
l’autista del primo mezzo, Mustapha Milambo, spingono tutte le altre persone in un viottolo. Dopo
pochi minuti si sentono spari; verranno uccisi Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci. Le indagini dei
carabinieri dei Ros, mandati nella Repubblica democratica del Congo, hanno dovuto fermarsi a
2000 chilometri di distanza, a Kinshasa, perché – ci è stato detto – non hanno avuto il permesso di
recarsi sul posto. Dunque non hanno potuto fare un’analisi balistica diretta, interrogare la gente –
era anche giorno di mercato. Non si può fare un’indagine a distanza.

Quali ipotesi sono state avanzate?

Quello che è davvero accaduto, nessuno lo sa. Si è parlato di tentato rapimento a scopo di estorsione
(ma non si capisce perché uccidere un ostaggio, possibile fonte di denaro) e di un conflitto a fuoco
fra gli assalitori e alcuni ranger in servizio nella zona, accorsi dopo aver sentito gli spari. Ma appare
strano che a colpi di mitragliatrice siano stati uccisi solo e proprio l’ambasciatore e il carabiniere;
nessun ferito fra gli altri. Diversi indizi sembrano smentire questa narrazione. Sappiamo che
mezz’ora prima era passato un convoglio analogo e nessuno lo aveva attaccato. Inoltre gli assalitori
erano lì già da due giorni, secondo testimoni del villaggio. Terzo elemento: a pochi metri di distanza
c’era un check-point dei militari, e quel giorno era sguarnito. Concomitanze che fanno pensare che
l’obiettivo fosse proprio l’ambasciatore. Una perizia da parte di un laboratorio privato italiano,
analizzando i dati dell’autopsia, indica che entrambe le vittime italiane erano state colpite da
proiettili che arrivavano dalla stessa direzione, dal basso verso l’alto, da una distanza non superiore
ai 4-5 metri.
22 febbraio 2021, I caschi blu della missione Onu e i militari dell’esercito congolese sul luogo della
triplice uccisione (Ap)

I testimoni del delitto, i due funzionari del Wfp, Rocco Leone e Mansour Rwagaza, sono stati
indagati in Italia per aver trascurato le norme di prudenza occultando nelle carte di viaggio la
presenza dell’ambasciatore e di Iacovacci nel convoglio, che quindi non era stato
accompagnato dai Caschi blu.

L’indagine, avviata dalla Procura di Roma – senza che il governo italiano si sia costituito parte
civile -, dopo otto udienze preliminari si è chiusa con la decisione del non luogo a procedere per
difetto di giurisdizione, dovuto all’immunità diplomatica invocata dalla difesa dei due imputati.
Discutibile, che in un triplice omicidio si riconosca una immunità, non legata alle funzioni svolte.
Anche la Farnesina ha evocato la consuetudine internazionale. Capitolo chiuso. Presso la procura di Roma c’è un secondo fascicolo aperto su questo triplice omicidio; i nostri avvocati potranno accedervi solo una volta chiusa l’indagine. Speriamo che da lì vengano elementi utili alla ricerca della verità.

Chiedete un’inchiesta internazionale?

Non ci fermeremo, a costo di arrivare alla Corte dell’Aia. Luca rappresentava l’Italia ma anche
l’Europa, che non ha fatto nulla. C’è bisogno di verità. A noi importa sapere i mandanti e il motivo.
Chi si vuole coprire con questo silenzio? Se si chiudono gli occhi per un ambasciatore, figurarsi per le altre persone. Non siamo interessati ai poveracci che hanno sparato, certo per soldi. Sei presunti esecutori sono stati condannati a morte per il delitto. Noi come famiglia, genitori e moglie, ci siamo opposti con un appello pubblico, in nome dei principi morali e cristiani di Luca; anche lo Stato italiano è intervenuto. La pena di morte è stata convertita in ergastolo. Ma solo due giorni fa ho avuto notizia che dopo l’appello sarebbe stata stata ristabilita la condanna. Non abbiamo comunque un riscontro.

Del caso Attanasio, pur clamoroso, si parla poco. Come della guerra nel Kivu.

Se ci fosse la volontà politica internazionale, si potrebbe velocemente fermare il Ruanda. Invece
l’occupazione va avanti, ormai dopo Goma e Bukavu sono sulla strada verso Uvira. Sono interessati alle zone ricche del paese. Non credo alla storia di una guerra etnica. E la domanda è: chi finanzia il Ruanda? Chi fornisce le armi? Abbiamo a livello europeo un accordo sui minerali con quel paese che non ha praticamente miniere. Il governo italiano? Non so cosa farà. Ma faccio notare che
l’ambasciata del nostro paese non è stata assaltata come altre dai cittadini congolesi in segno di protesta contro l’aggressione. Forse Luca ha lasciato il segno.

In Congo l’ambasciatore sosteneva anche attività umanitarie.

Ragionava con la testa e agiva con il cuore. In Congo, davanti alla realtà di bambini sfruttati che
finivano magari nelle miniere o in gruppi armati, aveva creato nel 2017 con sua moglie
un’associazione, mama Sofia, che tuttora si occupa di educazione, salute, progetti sociali anche in altri paesi africani. Nel 2022 invece è nata l’associazione amici di Luca Attanasio, con due scopi: diffondere soprattutto fra i ragazzi la sua eredità morale; e cercare la verità.