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“Umile e coraggioso. La sua figura luminosa un faro in questi tempi bui”


intervista a Luigi Ciotti, a cura di Pierangelo Sapegno in “La Stampa” del 25 febbraio 2025

«Papa Francesco è una persona di grande umanità e di grande umiltà. Il suo Pontificato ha
rappresentato in tutti questi anni un faro morale e spirituale, non soltanto per i cattolici, in un
momento in cui l’umanità sembra averne maggior bisogno, avvolta com’è da un triste presagio di
tempi bui di ritorno». Don Luigi Ciotti, ispiratore e fondatore prima del Gruppo Abele e poi
dell’Associazione Libera, contro i soprusi delle mafie in tutta Italia e nel mondo, ha avuto modo di
conoscere bene Papa Francesco e di incontrarlo in più di un’occasione. Adesso, come tutti noi, vive
giorni di ansia per le condizioni di salute del Santo Padre. Una volta, parlando di sé, don Luigi
Ciotti disse che era felice di dedicare la sua vita «a saldare la terra con il cielo». In fondo, è la stessa
missione che sta cercando di compiere Papa Francesco, perché è quello che fai quando scendi da uno scranno per stare vicino agli ultimi della Terra.

Come e quando è nato il vostro rapporto?

«Lui già conosceva la nostra Associazione, perché avevamo aperto una sede anche a Buenos Aires».

È stato il Papa a cercarla?

«Mi ha detto: “Non conosco bene il problema mafia. Ti chiederei di mandarmi degli appunti”. A
me! Che sono piccolo piccolo! Se mia madre fosse viva non crederebbe che il Papa mi ha chiesto
degli appunti. Nel nostro primo incontro a Casa Santa Marta gli ho portato un caffè tostato
piemontese. Il Papa mi chiese: Chi ti ha ordinato sacerdote? Quando gli ho risposto il cardinale
Pellegrino si è illuminato: “Sai una cosa, mi ha detto, quando i miei nonni si sono trovati in grave
difficoltà, a dare loro una mano è stato un giovane prete di nome Pellegrino”. A questo punto gli ho
chiesto se voleva incontrare un migliaio di familiari delle vittime della mafia. Lui mi ha interrotto
con un’unica parola: “Vengo!”».

E come è andata?

«Eravamo più di mille persone. Saranno state 1.200. Io e lui siamo entrati nel Salone dove loro ci
aspettavano, tenendoci per mano. È stato un incontro commovente e il Papa ha avuto parole
stupende per tutti. Ha dimostrato sensibilità, affetto, attenzione. Lui, guardandoli, ha detto loro:
“Voglio parlare ai grandi assenti. Agli uomini della mafia”. È davvero un uomo di grande coraggio
Papa Francesco. “Ve lo chiedo in ginocchio. Convertitevi”».

E poi?

«Recentemente ha voluto che si facessero due giorni sui beni confiscati alla mafia. E allora li
abbiamo fatti. Possiamo dare case ai poveri, case per le associazioni. In Papa Francesco ho trovato
un padre, ma anche un fratello attento, che chiede come stai, con cui ci si confida, con cui si vivono
incontri non formali. Una persona di straordinaria forza comunicativa, che ci ricorda che le parole
sono azioni e dunque sono responsabilità. Non si deve parlare a sproposito, non si deve parlare
dicendo il falso o omettendo il vero. Lui ci invita a pronunciare parole di vita. Come quando ha
incontrato le donne che si liberano dalla mafia».

Gliel’aveva chiesto lei?

«Sì. Ha voluto incontrarle in gran segreto. Con i loro figli. La prima cosa che ha detto è stata: “Non
vi lasceremo mai sole”. Questo dà la misura della sua umanità e del suo coraggio. “Benedico questa
vostra scelta e vi incoraggio ad andare avanti. Immagino che ci siano stati momenti di paura, di
smarrimento. È normale. In questo momento pensate al Signore Gesù che cammina al vostro
fianco”».

Possiamo davvero dire che è un Papa vicino agli ultimi della Terra?

«Nel suo Pontificato ci sta consegnando una eredità luminosa che può continuare a indicarci la
strada: una strada da percorrere insieme a tutti gli uomini di buona volontà, al di là dei riferimenti
religiosi, politici e culturali. La strada verso la giustizia sociale e ambientale, verso una pace fondata sulla promozione del bene comune. La sua è stata una Chiesa capace di spalancare finalmente le porte. E in tutti questi anni ha spalancato le porte della Chiesa per far entrare tutti, a partire dai più poveri, i più deboli, i discriminati e i sofferenti. Ma porte aperte anche per diventare Chiesa in uscita: una comunità che va incontro ai problemi del mondo perché se ne sente coinvolta, consorte dentro la grande famiglia umana, responsabile di garantire dignità e diritti a qualsiasi fratello o sorella. Porte aperte e braccia spalancate, che Francesco per primo ha sempre teso verso le persone che si sono rivolte e a lui in cerca di consiglio o consolazione».

Ma lei che uomo ha conosciuto?

«Ho potuto toccare con mano la sua umiltà, la sua estrema facilità di entrare in comunione con la
gente, di farsi piccolo accanto ai piccoli, senza mai rinunciare ad ammonire i grandi del pianeta per
le loro colpe o inadempienze. Pensiamo soltanto alle parole severe rivolte ai fautori di “narrazioni
che discriminano e causano inutili sofferenze ai nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati”».

Possiamo parlare di rivoluzione?

«No. A mio avviso la sua è stata una conversione, un ritorno radicale al Vangelo, alla sua
essenzialità spirituale e alla sua intransigenza etica. Lo abbiamo visto nella sua attenzione agli
ultimi, ai diseredati, alle persone nelle carceri, nella preoccupazione sempre viva per le sorti
dell’ambiente, nella fermezza contro i mali che affliggono la società contemporanea e in parte anche la Chiesa stessa: individualismo, egoismo, corruzione. Ha dato un salutare scossone alla Chiesa tutta, ai religiosi, ai laici, ai fedeli, chiamandoci a prendere coscienza dei nostri limiti e delle nostre contraddizioni, delle nostre pigrizie e dei nostri compromessi morali. Guardava con più fiducia ai non credenti piuttosto che ai “cristiani da salotto”».

Allora, si può dire che ha rimesso la Chiesa al centro del villaggio?

«Ma la sua non è stata una strategia, un disegno finalizzato a posizionarsi fra i potenti della Terra.
Chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerlo da vicino ha sentito più di tutto l’autenticità della
persona».