
di Nicola Colaianni su repubblica.it del 22.03.25
Il commento del giurista Nicola Colaianni dopo il dileggio del manifesto da parte della premier Meloni e la manifestazione per l’Europa lanciata da Michele Serra: il futuro è in un’economia di pace.
Il dileggio del manifesto di Ventotene da parte della presidente Meloni è la cartina di tornasole di un’appartenenza bacata all’Unione europea. Un’unione semplicemente intergovernativa con una Commissione che svolge solo funzioni tecniche. Difendere lo status quo in favore degli interessi nazionali non corrisponde all’ideale di un’unione politica ampia, con proprie autorità in materia di politica estera e di difesa, come nel documento elaborato al confino da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni: tre antifascisti già incarcerati per anni e anelanti alla libertà, e ora da Meloni presentati come fautori di uno stato repressivo delle libertà.
Da anni circolano pillole (vedi le quattro paginette di appendice ad un saggio del sociologo Luca Ricolfi, che sembrano servite nel caso) sul contenuto “giacobino” di quel manifesto sulla base di citazioni estrapolate dall’ultima parte, quella caduca in quanto più risente della congiuntura del 1941. In quel frangente per sconfiggere il pieno dominio nazista (con l’accompagnamento fascista) in tutta Europa non era fattibile “la metodologia democratica” ma occorreva transitoriamente una “dittatura del partito rivoluzionario”.
Ora, a parte che il Manifesto non è un vangelo a cui bisogna aderire parola per parola (lo stesso Spinelli riconoscerà in seguito che conteneva ingenuità e forzature), sta di fatto che questa prospettiva dirigista fu abbandonata fin da quando, appena liberati nell’agosto 1943, i tre fondarono il Movimento federalista europeo, indipendente dai partiti e aperto al loro pluralismo. E ciò in continuità con lo stesso Manifesto, quanto alla futura Costituzione esplicito “sulla necessità di organi rappresentativi per la formazione delle leggi, dell’indipendenza della magistratura, della libertà di stampa e di associazione, per illuminare l’opinione pubblica e dare a tutti i cittadini la possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello stato”.
Ma la lettura bieca e strumentale del Manifesto risulta anche dall’omissione di ciò per cui esso ancor oggi “rappresenta un punto di riferimento”, come disse il presidente Mattarella quattro anni fa a Ventotene: l’integrazione europea, declinata allora come “definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani” in favore di una sua “riorganizzazione federale”. Necessaria perché – come Spinelli noterà nel memorandum sulla Comunità europea di difesa – “ogni volta che si è voluto raggiungere l’unità di azione di Stati, senza menomare le loro sovranità, il regolare risultato è stato sempre la paralisi della Comunità che si voleva fondare”.
Perciò un Commissariato non subalterno alla volontà dei singoli Stati ma dotato di autonomia decisionale e organi esecutivi legittimati democraticamente attraverso l’elezione di un’Assemblea con pieni poteri. “Non soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centrale”, commenterà De Gasperi che, seguendo Spinelli, nel 1952 riuscì ad ottenere su quei punti il consenso della Conferenza di Parigi.
Quel processo si arrestò quasi sul fil di lana. Ma ad esso bisogna riallacciarsi per valutare se decisioni radicali come il piano di riarmo dei singoli stati non vada in senso antiorario. Non “risorgerebbero – come preconizzava il Manifesto – le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi”? Tanto più che non pochi di essi sono attraversati da derive nazionalistiche e xenofobe, così da apparire come i veri nemici dell’Europa. Non a caso De Gasperi, proponendo la formazione di un esercito europeo, precisò che “non si tratta soltanto di impedire la guerra fra noi, ma anche di formare una comunità di difesa che abbia a suo programma non di attaccare, non di conquistare, ma solo di scoraggiare qualsiasi attacco dall’esterno in odio a questa formazione dell’Europa unita”.
Il fatto che – com’è stato calcolato dall’Osservatorio conti pubblici italiani – nel 2024 la spesa europea risulti eccedere quella russa del 58% depone piuttosto a favore di forme di coordinamento e di direzione unitaria nella prospettiva di difesa comune. Senza considerare che la difesa militare non soddisfa per intero le esigenze della sicurezza, che è fatta anche di indipendenza energetica, di padronanza delle grandi reti di comunicazione, di infrastrutture, di lavoro e di protezione sociale: insomma di un’economia di pace.
La direzione di marcia verso un’unione federale, sia pure ristretta realisticamente ai paesi fondatori del 1952 e altri, vedrebbe il nostro Paese riprendere un ruolo da protagonista. Ma non lo faranno questi governanti. Il Manifesto era profetico: “Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Il punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale”.
Non è così: in un’unione federale l’identità europea, quale definita nella Carta dei diritti UE, rispetta le identità nazionali, come queste rispettano le identità di individui e formazioni sociali all’interno di ogni stato pluralista, multiculturale e multietnico. Si può essere uguali e diversi. Ciò di cui bisogna convincersi è che nella dissoluzione dell’equilibrio atlantismo- europeismo, brutalmente dichiarata da Trump, i piccoli sovranismi nazionali non hanno futuro. Fuori dell’Europa non c’è salvezza.